matema
«Pervenivo a radice: tale un algebrista, sul suo quaderno, al risolvente matema» (EP 23 e 250).
Trasparente alla lettura per chi, come Gadda, abbia ricevuto una educazione «nobilmente liceale» (Gianfranco Contini, Letteratura dell’Italia unita 1861-1968, Firenze, Sansoni, 1975, p. 1050) e sia dunque in grado di riconoscerne la derivazione dal greco μάθημα, ‘tutto ciò che è oggetto di apprendimento’, matema, non registrato da TB e GDLI, ha qui – molto prima che Lacan ne decretasse la fortuna, facendone il ponte tra psicoanalisi e matematica (mathème è precisamente una «scrittura di aspetto algebrico che contribuisce a formalizzare la teoria psicanalitica», cfr. Dizionario di psicanalisi di Roland Chemama e Bernard Vandermersch, Roma, Gremese, 2004) – la più generica accezione di ‘proposizione matematica, teorema’. Perché in questo straziato passo di Eros e Priapo, come in quello dai Miti del somaro («Ogni gelido matema ci guarda, per contro, nella immobilità d’una costellazione boreale», EP 294), vi è la confessione di chi, pur provvisto di un intuito formidabile, di un naso «atto quant’altri furono a percepire il lezzo d’ogni decomposizione», è giunto troppo tardi a riconoscere «di vergogna in dolore, di schifenza in rabbia, di peste in peste» la sua «disperata conoscenza» (EP 22). Non a caso, nella versione del 1967, il passo cade sotto la scure di Enzo Siciliano, insieme all’immagine di un tempo interrotto, disgregato, condannato per sempre alla ripetizione di un eterno rimorso: «Lo strazio della mia anima, dopo ciò, era quello di un orologio di Longines sotto alle zampe fottute del rinoceronte» (EP 23 e 250).
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