sorcio/scopa

«“Me pareva come un sorcio quanno scappeno, quanno je corro appresso co la scopa...”» (QP 35).

Protagonista del «patema testimoniale» (QP 33) che deflagra dopo la rapina dalla Menegazzi, Manuela Pettacchioni non esita, con l’autorevolezza che le conferisce il suo ruolo di portiera del ventennio, a contraddire la professoressa Bertola: a uscire precipitosamente dal 219 di via Merulana è stato anzitutto il meccanico in tuta grigia – la cui immagine saettante è subito ricondotta dalla corvée delle «pulizzie der giorno» (QP 63) a quella di un topo in fuga –, seguito poi dal garzone vestito di bianco. Referto plausibile sotto il profilo linguistico, «più aderente al vero» (Opere III, 1144, e si noti che l’intervento, Perché cinema radio e scrittori ci parlano in romanesco, è del 1956, allorché Gadda lavorava all’edizione Garzanti del romanzo), eppure frutto di un radicale ripensamento, che coinvolge la natura stessa della compagine del romanesco nel Pasticciaccio: «“Me pareva come un sorco quanno che scappeno… quanno che je meno co ’a granata…» si legge infatti nella versione di «Letteratura» (QPL 302), dove un arcaismo come sorco (cfr. ad es. Dante, Inferno, XXII, v. 58: «Tra male gatte era venuto ’l sorco», e PLF 54: «quale appetto di tanta eccelsitudine uno fugitivo sorco») convive tumultuosamente con una voce del fiorentino quale granata (VFC). Miscela esplosiva, che conferma l’irresistibile attrazione di Gadda per il fiorentino dell’uso («Bello, bello da rimanerci, è udire il mi’ lattaio fiorentino a discorrere: e talora lo sto ad ascoltare incantato: e mi dico: “impara, impara, o ciuco”», VM 490) come per la «lingua italiana arcaica, arieggiante a modelli del ’300, ’400 e ’500» (Interviste, p. 27), e al tempo stesso fa del romanesco 1946 un esperimento temerario, sfrontato, deformante, assai poco incline al «linguaggio del popolo vivente» (Opere III, 1144). Sicché, sollecitato da Gadda a renderlo verosimile, il poeta Mario Dell’Arco non poteva che elevargli contravvenzione per «espressionismo flagrante» (DG 297) e proporre, nel corso delle sedute che caratterizzano il loro sodalizio (1955-1957), una (transitoria) soluzione, scrupolosamente annotata nel dossier del Pasticciaccio: «quanno je corro appresso co la scopa». Si vedano in proposito Giorgio Pinotti, Dal primo al secondo «Pasticciaccio»: la revisione del romanesco, in Studi di letteratura italiana offerti a Dante Isella, Bibliopolis, Napoli, 1983, pp. 615-40, in part. p. 634; Id., Un “qualificato raddrizzatore”: Gadda, Dell’Arco e la revisione del “Pasticciaccio”, in Studi su Mario Dell’Arco, a cura di Franco Onorati con Carolina Marconi, Roma, Gangemi, 2006, pp. 103-24, in part. p. 107; Id., Nota al testo di QP, pp. 343-44; Luigi Matt-Giorgio Pinotti, Nel cantiere del secondo «Pasticciaccio»: gli appunti autografi per la revisione del romanesco, di imminente pubblicazione sugli «Studi di filologia italiana», LXXX, 80, 2022.

giorgio pinotti