ciondoloso
«Da quel fiasco – seduto a tavola, con un gomito sulla tovaglia da cui penzolava la sinistra inerte – il vecchio Zavattari andava mescendosi via via per tutto l’assonnato e ciondoloso pomeriggio un mezzo bicchiere via l’altro, “on mezz biceròtt” e “on alter mezz biceròtt”, e con mano oscillante, la destra, a quando a quando se lo recava sotto ai baffi, il biceròtt» (AG 137-38).
Il vecchio Zavattari, titolare di un memorabile ritratto nella galleria dell’Incendio di via Keplero, si caratterizza per una lieve, quieta instabilità: la mano «penzola»; le palpebre sono «ricadenti» (AG 138); ricorrono nel passo il participio «oscillante» e, appunto, l’aggettivo ciondoloso: movimenti dondolanti, monotoni, che dicono del torpore trasognato che avvolge il vecchio. Il neologismo ciondoloso, hapax nell’opera gaddiana (e non solo: la voce è assente dal GDLI e dal GRADIT), documenta un processo creativo ad alta disponibilità: attiva cioè una risorsa virtualmente accessibile della lingua (nome + suffisso -oso per creare un aggettivo), ma dormiente; potenziale, però non valorizzata dall’uso. Ma soprattutto interessante è la relazione obliqua che l’aggettivo instaura col nome a cui si accompagna. Il trasferimento del «ciondolare» dal personaggio al pomeriggio innesca infatti un rilancio semantico, perché non più di instabilità si tratta, ma di inoperosità: da descrittivo, l’aggettivo si fa giudicante. Non solo. L’immagine si dilata, perché il rapporto a due termini tra determinato (pomeriggio) e determinante (ciondoloso) ingloba, per contiguità metonimica, un terzo elemento, lo Zavattari stesso, la cui ombra pigra e inebetita si proietta sul tempo, e ne modella lo scorrere sul proprio ritmo ozioso. L’impiego obliquo dell’aggettivo decreta dunque un adattamento dell’ambiente al personaggio – secondo un procedimento non infrequente in Gadda, e destinato a riproporsi, poco più oltre, nell’immagine del «fiasco … imbecillito» (AG 139).
mariarosa bricchi